Centro Raphael Roma

Da quando il 31 dicembre 2019 la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) ha segnalato all’OMS un cluster di casi di polmonite atipica, poi identificato come nuovo coronavirus (SARS-CoV-2), la nostra vita è cambiata radicalmente. Nulla si conosceva di questo virus, e quel poco che sappiamo oggi sulla sindrome da coronavirus (COVID19) lo abbiamo appreso dall’esperienza quotidiana sul campo, ma le maggiori informazioni le stiamo apprendendo da chi purtroppo non ce l’ha fatta. Oltre il polmone ove la penetrazione all’interno degli alveoli ne provoca la distruzione, la forte reazione infiammatoria conseguente provoca anche danni sistemici.

Nello specifico sembra che il virus alteri i parametri emocoagulativi in circa il 15% dei casi, diminuendo l’efficacia di una sostanza endogena simile all’eparina, che interviene nella regolazione del processo di coagulazione del sangue, favorendo l’aumento del D-Dimero. Più aumenta questo valore più il sangue tende a coagulare dentro i vasi e quindi più probabile sarà la formazione di processi tromboembolici sia arteriosi che venosi. Più dettagliatamente, la tempesta coagulativa che può essere determinata dal Coronavirus a partenza polmonare, può portare a quadri di coagulazione intravascolare disseminata (CID), con coinvolgimento e successivo danno a carico di organi diversi.

Dal punto di vista clinico questo si può tradurre in un certo numero di casi non ancora definito, nella comparsa di complicanze molto gravi come le embolie arteriose, che determinano infarti, ictus o ischemie degli arti. In una percentuale più consistente, come mostrano studi necroscopici sui pazienti deceduti per COVID19, si ha la comparsa di trombosi venose, causa diretta di embolia polmonare, ovvero la trombosi dei vasi polmonari. Questa sembra essere una delle principali cause di morte di questi pazienti. Per questi motivi le problematiche cardiovascolari, anche in soggetti giovani affetti da COVID19, sono alla base di un decorso infausto anche indipendentemente dal quadro respiratorio.

È per tale motivo che ultimamente si è iniziato a parlare di eparina e di anticoagulanti, generalmente utilizzati nei pazienti a rischio cardiovascolare. Nei pazienti COVID19 tali farmaci potrebbero prevenire e trattare la formazione di trombosi e quindi tutte le complicanze tromboemboliche descritte. In particolare le eparine a basso peso molecolare, che possono essere somministrate per via sottocutanea, non richiedendo uno stretto monitoraggio, possono essere utilizzate anche nei pazienti COVID19 positivi fuori dagli ospedali, in isolamento domiciliare.

Dott. Matteo Barbante
Specialista in Chirurgia Vascolare

 

 

 

Whatsapp
Come possiamo aiutarti?
Buongiorno. Come possiamo aiutarti?